Carote glassate all’aneto

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Il giorno, lungo oltre misura, sonnecchia sulle ampie colline, nel tepore dei campi estesi. Aver vissuto quelle prolungate ore di sole è già un’esperienza di longevità. I luoghi più solitari non sembrano così soli. davanti alle soglie della foresta, il frastornato uomo di città è messo in condizione di metter da parte i suoi cittadineschi criteri di ciò che è grande e di ciò che è piccolo, di ciò che è saggio e di ciò che è sciocco. E la consunta bisaccia delle consuetudini scivola giù dalle spalle non appena egli si inoltra dentro questi recinti.  Vi è qui come una sacralità che mette in imbarazzo le nostre religioni, e una verità che potrebbe discreditare i nostri più acclamati eroi. Qui riscopriamo come la natura sia la realtà che fa rimpicciolire, al confronto, ogni altra realtà, e come essa giudichi simile a un dio  ogni uomo che venga a lei. Siamo sgusciati via dalle nostre chiuse, affollate dimore, nella notte e al mattino, ed eccoci ad ammirare da quali maestose bellezze siamo quotidianamente circondati e fasciati. Come vorremmo sfuggire alle tante barriere che ce le rendono intanto, almeno in parte, inoperanti, come vorremmo sfuggire a sofismi e riserve mentali, come vorremmo compenetrarci nella natura!  La temperatura dei boschi è come un perpetuo mattino, è stimolante, eroica. S’insinuano dentro di noi le antiche magie di questi luoghi. I fusti dei pini, degli abeti, delle querce brillano  come ferro davanti all’occhio infiammato. E i muti alberi cominciano a persuaderci che meglio sarebbe vivere con loro e abbandonare questa nostra vita fatta di solenni futilità. Qui non vi è storia, non vi è chiesa o stato che si sovrappongano, come un’interpolazione, al cielo divino o al grande anno immortale. Oh , come agevolmente abbiamo potuto inoltrarci nel paesaggio che si apriva, assorbiti da nuove immagini e da pensieri, in incalzante successione tra loro, finchè a poco a poco il ricordo stesso della casa era quasi svanito dalla nostra mente, e ogni ricordanza si era dissolta nel predominio assoluto del presente, emtnre eravamo condotti in trionfo dalla natura! Questi incanti sono un balsamo, ci trasmettono un senso di sobrietà, ci ridanno salute. Ecco dei piaceri semplici, benefici, genuini. Ritorniamo a noi stessi, stringiamo amicizia con quella “materia” che l’ambizioso chiacchiericcio delle scuole filosofiche vorrebbe invece indurci a disprezzare. Non possiamo, al contrario, separarcene; l’anima ama la sua vecchia dimora: quello che è l’acqua per la nostra sete, sono la roccia e la terra per i nostri occhi, per le nostre mani e i nostri piedi.

Ralph Waldo Emerson – Natura (1836)

Mentre leggete questa ricetta, io sono alla ricerca dello stato di grazia di cui parla Emerson. Non potendo aggiornarvi in tempo reale sui miei spostamenti, in quanto spero di disintossicarmi da computer e cellulare, vi lascio qualche suggerimento per la tavola e  per le letture estive, a cominciare da questo bellissimo saggio che ho scovato in un negozio di libri usati e rari vicinissimo a casa mia. Per chi non può spostarsi, un libro è un viaggio che non sappiamo dove ci porterà, non costa molto e rimane tra i ricordi più belli. Ci trasporta in un mondo immaginario ce lo fa conoscere assieme al suo creatore. Ogni pagina è una bella scoperta, un’avventura che vale la pena di intraprendere, l’unico rischio è quello di uscirne arricchiti.  Buona lettura!

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Ingredienti:

un chilo di carote

3 cucchiai di malto di orzo

4 spicchi di aglio

un limone

2 cucchiai di semi di aneto

olio evo

sale

Procedimento: Sbucciate le carote, ungetele e disponetele su una teglia con gli spicchi di aglio incamicia, infornate a 180° per circa 20 minuti, quando sono arrostite toglietele dal forno, spennellate con il malto sciolto i 4 cucchiai di olio, salate, e cospargete con succo di limone e aneto. Infornate per altri 10 minuti circa e servite. Buon appetito!

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